
C’è una parola nel Vangelo di oggi che coglie la nostra attenzione. Gesù che dice agli apostoli, riferendosi alla folla: «Fateli sedere» (Gv 6,10). Paradossale, alla folla affamata e stanca, prima si dice di mettersi a sedere. Prima del pane, prima del miracolo, Gesù non distribuisce a chi resta in piedi, disperso, agitato, camminante, ma costringe la folla (e i discepoli) a fermarsi e sedendosi, a diventare presenza gli uni per gli altri.
Sedersi è entrare in uno spazio dove qualcosa può accadere davvero. Finché si resta in movimento, tutto e dinamico ci si scontra ed è difficile incontrarsi, ma quando ci si siede, si comincia a condividere. “Siediti” è la prima frase che rivolgiamo a un ospite che desideriamo resti con noi.
Forse è proprio qui che le nostre comunità cristiane si sono sfilacciate, perdendo vita. Tutto scorre, tutto passa, si entra, si partecipa velocemente, si esce. Così anche la fede rischia di diventare un attraversamento veloce, senza radicamento. Manca il tempo — per sedersi, mettere radici, accogliere, ascoltare.
E invece il Vangelo suggerisce proprio il contrario: prima ancora di pensare cosa dare, bisogna chiedersi come sedersi e dove restare insieme. Quando mai oggi abbiamo bisogno di uno spazio abitabile. Un luogo in cui non si è solamente passanti perché dove non ci si può fermare, non ci si incontra davvero poiché dove non si condivide il tempo, non si condivide la vita. E allora tutto resta superficiale, intercambiabile, anonimo.
Sedersi significa sapere che lì puoi restare, parlare, essere ascoltato senza fretta, è un segno di riconoscimento, del volto dell’altro.
Forse oggi nella Chiesa abbiamo un profondo bisogno far sedere le persone (e anche i sacerdoti hanno bisogno di sedersi), creando luoghi dove si abita una relazione vera.
Sedendoci, può nascere qualcosa di profondamente evangelico, la comunità di viventi. Ed è qui che inizia il miracolo della condivisione. Presenza di via di Dio nel mondo.
Preghiera
Signore Gesù,
tu vedi la nostra fame
e non ci respingi.
Prendi ciò che siamo:
poveri, limitati, spesso divisi,
come quei pochi pani e pesci.
Insegnaci a consegnarti tutto,
senza paura e senza calcolo,
perché nelle tue mani
anche il poco diventi dono.
Fa’ delle nostre comunità
luoghi dove ci si possa fermare,
sedere, condividere,
senza fretta.
E ricordaci che, con te,
la mancanza non è mai l’ultima parola.
Amen.
Vangelo
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
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