
ll viaggio di Papa Leone XIV in Algeria riporta l’attenzione su una terra che per secoli è stata uno dei luoghi più fecondi del cristianesimo antico. L’Africa romana — l’attuale Algeria e Tunisia — uno dei suoi grandi centri spirituali e teologici della Chiesa dei primi secoli.
Qui vissero alcune delle figure più importanti del cristianesimo latino: Tertulliano, Cipriano di Cartagine e soprattutto Sant’Agostino, vescovo di Ippona dal 395 al 430. Quando il Papa visita oggi Annaba, l’antica Hippo Regius, entra in uno dei luoghi simbolo della storia cristiana: la città dove Agostino predicò, scrisse e guidò la sua comunità negli ultimi decenni dell’Impero romano. Ma la memoria cristiana dell’Africa non appartiene soltanto alla grande teologia. Essa è radicata soprattutto nella testimonianza dei martiri, che nei primi secoli segnarono profondamente la vita delle comunità cristiane.
L’Africa cristiana: una Chiesa segnata dalla persecuzione
Tra il II e il III secolo le comunità cristiane dell’Africa romana furono coinvolte nelle persecuzioni imperiali. Il rifiuto di partecipare al culto pubblico degli dèi e dell’imperatore rendeva i cristiani sospetti agli occhi delle autorità romane. Da queste persecuzioni nacque una delle più ricche tradizioni martiriali della Chiesa antica. Gli atti dei martiri africani raccontano processi, prigionie e condanne e la forza spirituale delle prime comunità cristiane. Uno dei testi più antichi della letteratura cristiana latina proviene proprio da questa regione: gli Atti dei martiri scillitani, redatti nel 180 d.C., considerati il primo documento cristiano scritto in latino.
Nel mondo di Sant’Agostino, due secoli più tardi, la memoria dei martiri era ancora profondamente viva. Le comunità celebravano ogni anno il dies natalis dei martiri — il giorno della loro nascita al cielo — e i vescovi predicavano sulle loro tombe o nelle basiliche a loro dedicate. Alla memoria vi furono anche i martiri di Lambèse alcuni cristiani della Numidia romana che subirono il martirio nel III secolo durante le persecuzioni dell’imperatore Valeriano. Tra i più noti vi sono Mariano, lettore, e Giacomo, diacono, le cui Acta sono considerate tra i documenti più autentici della persecuzione africana. La loro memoria fu conosciuta e citata anche da Sant’Agostino, che nel Sermo 284, intitolato In natali martyrum Mariani et Iacobi (“Nel giorno natalizio dei martiri Mariano e Giacomo”) esortava:
“Oggi siamo ammoniti a rendere il nostro debito, poiché celebriamo il giorno natalizio dei santi martiri Mariano e Giacomo.” ed ancora ““I martiri non devono soltanto essere onorati, ma anche imitati.”

I martiri Mariano e Giacomo
Tra i testimoni della fede vi sono Mariano e Giacomo. Le fonti antiche li presentano non come vescovo e diacono, ma come Mariano lettore e Giacomo diacono, segno che anche i ministri non sacerdotali delle comunità cristiane furono colpiti dalle persecuzioni. La loro vicenda è narrata negli Acta Mariani et Iacobi. Mariano aveva già affrontato in precedenza la persecuzione dell’imperatore Decio, ma il loro martirio viene generalmente collocato durante la persecuzione di Valeriano, intorno all’anno 259. Il racconto colloca gli eventi nella Numidia romana. Dopo l’arresto, i cristiani furono interrogati a Cirta Giulia, condotti davanti al governatore romano. I martiri furono portati fuori dalla città di Lambèse (oggi Tazoult, importante centro militare dell’Africa romana dove aveva sede la Legio III Augusta)., lungo il corso di un torrente le cui rive scoscese formavano una sorta di anfiteatro naturale. Qui furono allineati e decapitati con la spada, secondo la prassi delle esecuzioni romane. La Passio racconta che tra i presenti vi era anche Maria, madre di Mariano, che assistette al martirio del figlio e gioì della sua vittoria nella fede. Dopo l’esecuzione, i corpi dei martiri furono gettati nel fiume Pagydus, che scorreva nella valle presso Lambèse e un’antica iscrizione ricordava ancora il luogo del loro martirio.

Il gruppo dei martiri: Agapio, Secondino e altri testimoni
La Passio non ricorda soltanto Mariano e Giacomo, ma anche altri cristiani che condivisero con loro la prova della persecuzione. Tra questi compaiono i vescovi Agapio e Secondino, entrambi della Numidia, che visitarono una fattoria chiamata Mugnae per incoraggiare i cristiani perseguitati. Dopo la loro partenza, la fattoria fu circondata dai soldati e molti cristiani furono arrestati. Secondo il racconto agiografico, anche Agapio e Secondino subirono il martirio insieme ad altri fedeli. Nella narrazione compaiono anche due giovani cristiane, Tertulla e Antonia, affidate alla custodia del vescovo Agapio. La Passio racconta inoltre alcune visioni che accompagnano gli ultimi giorni dei martiri. In una di queste apparizioni, Agapio appare glorioso e invita i compagni al banchetto celeste, immagine che riflette la spiritualità delle prime comunità cristiane.
La memoria dei martiri e il legame con Gubbio
Nel corso dei secoli la memoria di questi martiri africani si diffuse nel Mediterraneo cristiano. Secondo la tradizione, le reliquie dei santi Mariano e Giacomo furono traslate dall’Africa in Italia e sono venerate nella cattedrale di Gubbio, dedicata ai due santi, poste sotto l’altare maggiore. Spero in una prossima pubblicazione di avanzare un’ipotesi sul perché proprio a Gubbio vennero portati i corpi dei santi martiri africani.

Anche la memoria del vescovo Secondino e del martire Agapio è profondamente legata alla più antica tradizione religiosa della città. La loro venerazione è infatti associata alla chiesa di San Secondo, uno dei luoghi sacri più antichi della storia eugubina, dove sono custodite sotto l’altare maggiore le reliquie dei due martiri. La presenza di queste memorie antiche ricorda quanto il cristianesimo di Gubbio sia stato fin dai primi secoli in dialogo con la grande tradizione della Chiesa africana, dalla quale provengono anche i martiri Mariano e Giacomo di Lambèse, venerati in città sin dal Medioevo.

Una memoria che attraversa il Mediterraneo
Il viaggio di Papa Leone XIV nei luoghi dell’antica Africa cristiana richiama dunque alla stagione dei martiri della storia della Chiesa, un ritorno simbolico alle radici di una Chiesa che fu segnata dalla predicazione di Sant’Agostino e dalla testimonianza dei martiri della Numidia. Ed è sorprendente pensare che quella stessa storia non appartiene soltanto alle rovine archeologiche dell’Africa romana. Attraverso la memoria dei santi Mariano, Giacomo e Secondino e Agapio essa continua a vivere anche nella tradizione della diocesi di Gubbio, segno di un legame antico che unisce le due sponde del Mediterraneo.