
Con il Giovedì Santo inizia il Triduo Pasquale, cuore della Fede cristiana, in cui come oltre che la lavanda dei piedi (articolo precedente) ricordiamo l’istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio ministeriale. Nel Vangelo di oggi è custodita e tramandata una delle scene più intense dell’intero Vangelo. Nella stanza dell’Ultima Cena Gesù prende il pane, lo spezza, poi prende il calice e lo offre ai discepoli dicendo: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti» (Mc 14,24). Il gesto inaugura una memoria destinata ad attraversare i secoli ed anche se il calice è il segno della vita del Cristo donata, tuttavia proprio attorno a quel calice nascerà, molti secoli dopo, una delle leggende più potenti della cultura europea: quella del Santo Graal.
Tra tutti gli oggetti legati alla Passione, il calice dell’Ultima Cena rimane il più sfuggente. La prima menzione di un calice venerato come reliquia appare nel 570, in un diario di viaggio anonimo noto come Itinerarium del pellegrino di Piacenza. Il pellegrino racconta di aver visto a Gerusalemme «la spugna e la canna di cui parla il Vangelo» e aggiunge: «vi è anche la coppa di onice che il Signore benedisse durante la cena».

Dopo questa testimonianza, però, le fonti tacciono per molti secoli. Essa entra nella storia della letteratura occidentale soltanto alla fine del XII secolo, quando il poeta francese Chrétien de Troyes compone il romanzo cavalleresco Perceval ou le Conte du Graal (circa 1180–1190). Nel testo il Graal appare durante una misteriosa processione in un castello incantato. Non è ancora il calice dell’Ultima Cena, ma un oggetto luminoso, enigmatico, portato da una giovane donna tra le mani. Chrétien scrive:
«Un graal tra le mani una damigella portava; e quando passò davanti al giovane, una luce così grande usciva dal graal che le candele perdevano il loro splendore» (Chrétien de Troyes, Perceval ou le Conte du Graal).
L’oggetto resta volutamente indecifrabile. Il protagonista, Perceval, non osa chiedere che cosa sia quel Graal e proprio questo silenzio impedisce la guarigione del re ferito che abita il castello. Il racconto, rimasto incompiuto, lascia così aperto il mistero. È significativo che il Graal nasca in letteratura come una domanda mancata e un segreto che attende di essere interrogato.
Pochi anni più tardi, intorno al 1200, un altro autore francese, Robert de Boron, compie il passaggio decisivo. Nel poema Joseph d’Arimathie il Graal viene identificato esplicitamente con il calice dell’Ultima Cena. Secondo questa versione Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto nel calice il sangue di Cristo durante la crocifissione e lo avrebbe poi custodito come reliquia sacra. Robert scrive:
«Questo è il vaso nel quale Gesù Cristo bevve con i suoi discepoli e nel quale fu raccolto il sangue che uscì dal suo costato» (Joseph d’Arimathie).
Con questo gesto letterario il Graal entra definitivamente nell’orizzonte cristiano. Non è più soltanto un oggetto misterioso ma una reliquia della Passione, il recipiente che non solo Gesù avrebbe usato nell’ultima cena come calice, ma con lo stesso Giuseppe d’Arimatea avrebbe accolto il sangue di Cristo.

Nel XIII secolo la leggenda si sviluppa ulteriormente nel grande ciclo arturiano. Nei romanzi della cosiddetta Vulgata arturiana – tra cui la Queste del Saint Graal – il Graal diventa il centro di una vera e propria ricerca spirituale. I cavalieri della Tavola Rotonda partono alla sua ricerca, ma quasi nessuno riesce a contemplarlo. Solo il cavaliere puro Galahad giunge alla visione del Graal, perché il mistero non si conquista con la forza ma con la purificazione del cuore. In uno dei passaggi più suggestivi la Queste afferma che il Graal è «il più alto segreto che il Signore abbia lasciato sulla terra». La leggenda medievale traduce così in forma narrativa una intuizione profondamente cristiana, la verità del Vangelo è ricerca continua e rivelazione che si riceve da Dio.
La tradizione del Graal si diffonde rapidamente in tutta l’Europa medievale. Nel mondo germanico il poeta Wolfram von Eschenbach scrive il celebre Parzival (inizio XIII secolo). Qui il Graal non è più un calice ma una pietra misteriosa caduta dal cielo, custodita da una confraternita di cavalieri spirituali. La trasformazione mostra quanto il simbolo fosse aperto e mobile, tanto che nell’immaginario più che un oggetto preciso, il Graal diventa il segno di una presenza divina nascosta nel mondo. E nel corso dei secoli successivi la leggenda del Graal continua a essere raccontata e trasformata. Nel XV secolo Thomas Malory raccoglie molte di queste tradizioni nel suo celebre Le Morte d’Arthur. Qui la ricerca del Graal diventa il simbolo del cammino spirituale dell’uomo tanto che i cavalieri che lo cercano rappresentano la tensione verso la perfezione.
Ma accanto alla leggenda letteraria esiste anche una tradizione di reliquie. Nel corso dei secoli diverse chiese hanno venerato alcuni calici come possibili testimonianze dell’Ultima Cena. Nessuna di queste identificazioni può essere dimostrata con certezza storica, e tuttavia alcune di esse hanno avuto un grande peso nella devozione cristiana.

Il calice più celebre è il cosiddetto Santo Calice di Valencia, conservato nella cattedrale della città spagnola. Si tratta di una coppa di agata orientale databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., montata su una base medievale. Secondo la tradizione il calice sarebbe stato portato a Roma da san Pietro, custodito dai primi papi e poi trasferito in Spagna durante le persecuzioni del III secolo. Diversi papi moderni hanno celebrato l’Eucaristia utilizzando questo calice, tra cui Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, riconoscendone la sua grande antichità.

Un’altra reliquia famosa è il Sacro Catino di Genova, conservato nel tesoro della cattedrale di San Lorenzo. Per molti secoli si credette che fosse il Graal, piche nel Medioevo la parola graal non indicava necessariamente un calice. Deriva probabilmente dal latino medievale gradalis, che significava piatto o vassoio da portata. Il Sacro Catino fu portato in Europa dai crociati dopo la presa di Gerusalemme nel 1099, di colore verde intenso, era ritenuto di smeraldo, ma studi moderni hanno dimostrato che si tratta invece di vetro islamico medievale. Nonostante ciò la tradizione che lo collegava al Graal ebbe una straordinaria diffusione nel Medioevo.

In Spagna esiste infine un altro calice: il cosiddetto Calice di Doña Urraca, conservato nella basilica di San Isidoro a León. Anche in questo caso si tratta di una coppa antica montata su una base medievale e circondata da una tradizione che la collega alla Passione di Cristo. Tuttavia gli studiosi sono concordi nel ritenere che nessuna di queste reliquie possa essere identificata con certezza con il calice dell’Ultima Cena.
La leggenda del Graal ci mostra come il calice del Cristo, usato durante l’Ultima Cena, diventi nel corso dei secoli un simbolo culturale, letterario e spirituale di straordinaria potenza. Il Medioevo, con la sua immaginazione teologica, ha trasformato il calice della cena pasquale in un mistero da cercare, in una reliquia nascosta, in una meta e in un’aspirazione per cavalieri e pellegrini, cui solo la purezza spirituale può accedere.
E tuttavia, se torniamo al Vangelo, scopriamo qualcosa di sorprendente. Gesù unisce l’offerta del calice a un gesto ancora più radicale: si alza da tavola, depone le vesti e lava i piedi ai discepoli (Gv 13,4–5). Nel mondo antico era il gesto dello schiavo. Il mistero del calice non è dunque separabile da questo abbassamento. L’Eucaristia nasce dentro un movimento di dono e di servizio, dentro un amore che non si impone ma si consegna.
Il calice diventa così il segno dell’offerta della vita di Cristo per la salvezza dell’umanità, segno della vita divina che si dona. Per questo la sua memoria non rimane confinata a una leggenda. Ritorna ogni anno nel Giovedì Santo, quando la Chiesa ricorda l’istituzione dell’Eucaristia e ritorna soprattutto ogni giorno, in ogni Santa Messa, dove quel pane e quel calice continuano a essere offerti come fonte e culmine della nostra salvezza.