
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù sposta l’attenzione da ciò che si dice a ciò che accade, «le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me». Indica una traccia concreta. Le opere sono segni della presenza di Dio tra di noi, luoghi in cui si rende visibile Dio.
Le opere chiedono uno sguardo capace di riconoscere. Aprono uno spazio in cui la fede può nascere.
In questo senso, anche la nostra vita diventa il luogo in cui qualcosa prende forma. Non tanto per ciò che diciamo, ma per ciò che passa attraverso i gesti, le scelte, le relazioni. Ci sono opere che parlano, che lasciano intravedere una profondità più grande, che non si esaurisce in chi le compie.
Forse allora la domanda cambia: non solo “chi è Gesù?”, ma “che cosa accade dove lui passa?”. E ancora: che cosa accade nella mia vita quando lascio spazio alla sua presenza?
Signore, insegnami a riconoscerti nelle opere, a non fermarmi alle parole, ma a lasciarmi toccare da ciò che costruisce, che guarisce, che dona vita. Amen.
Vangelo
Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
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