SANT’UBALDO E IL SUO POPOLO

A pochi giorni dalla morte di papa Francesco abbiamo vissuto il distacco di un pastore dal suo gregge, con sentimenti che si fondono in un’unica liturgia, che ne celebra la dipartita dalla famiglia umana e fa vivere nella fede l’ingresso nella patria del Cielo. Vorrei perciò ripercorrere il racconto degli ultimi giorni della vita di Sant’Ubaldo come testamento d’amore tra il Vescovo santo ed il suo popolo. 

Dalle biografie a noi pervenute abbiamo la certezza che il vescovo Ubaldo al termine della vita fosse molto malato (si ipotizza una malattia autoimmune, pemfigoide bolloso). Il Giordano racconta che gli Eugubini andarono in episcopio a pregare il vescovo di celebrare il pontificale di Pasqua. La richiesta fu avanzata da Bambo, console della città, che, annota il biografo, mentre «parlava inondava di lacrime il suo volto. Si rendeva conto che il dolore di Ubaldo era insopportabile»[1]. Nonostante le sofferenze il vescovo, come riporta il Giordano, acconsentì a celebrare e «quel giorno parlò di vita eterna e [] tutti compresero che egli quello che andava dicendo lo attingeva oramai dal cielo»[2]. Possiamo immaginare come tutta la città vivesse sospesa attendendo la notizia della morte del vescovo concittadino e padre. Il Piccotti ci descrive tutto il popolo eugubino commosso e in vibrante attesa: «e quando per la Città s’intese, che il male del santo Prelato era di maniera cresciuto, che già se ne stava agonizzando per render l’anima a Dio, tutti, uomini e donne, corsero al Palazzo, et alla Chiesa Episcopale, e non solo mesti, et lacrimosi, ma quasi atterriti, e conturbati stavano: alcuni orando, alcuni attoniti, tutti con candele in mano accese, aspettando la nuova, che quel Beato spirito fosse volato al Cielo»[3].

Nella sua biografia Stefano da Cremona racconta che sant’Ubaldo «vestito degli abiti da vescovo fu posto nella chiesa et cominciò a fare grandi miraculi onde accorreva gente»[4].

Tutto il popolo accorse e la fama di Ubaldo, si diffuse ben presto oltre i confini della città come modello di indiscussa santità. Teobaldo riporta che «quell’anno fu per gli Eugubini come un giubileo, tutto pieno di gioia dilagante. La generosità corale, [] la concordia e la pace lo resero dolce e amabile»[5]. Inoltre il Sarti narra come dopo la morte del vescovo: «i buoni cittadini stabilirono per sé una pia consuetudine: per quasi un anno intero ogni giorno si recassero a Sant’Ubaldo con candele accese. Venivano però tutti insieme cantando in processione, uomini e donne, e quelli che non potevano venire da sé venivano condotti, anche i bambini. La città di Gubbio risuonava di voci cantanti e brillava per lo splendore della luce delle candele. La notte si mutava in giorno e le tenebre dell’intera notte venivano scacciate dalla luce. [] Su tutte le bocche si canta il nome di sant’Ubaldo, da ogni voce si proclamavano le sue lodi e come se non vi fosse altro nome da pronunciare, così tutti accorrono a sant’Ubaldo»[6]

Pastore e popolo, cielo e terra, così congiunti per sempre, nell’Eterna Vita di Dio.  

                                                                                         Don Francesco Menichetti

“Saint Ubaldus Painter” e Mastro Giorgio Andreoli, Coppa con pellegrini e devoti al cospetto del monumento funerario di Sant’Ubaldo (1521-1522). New York, Metropolitan Museum of Art 


[1] GIORDANO, La vita prima di Sant’Ubaldo, tr. it. don Angelo M. Fanucci, ed. Famiglie Ceraiole, p.87

[2] Ibid., p.54

[3] F. PICCOTTI, Notizie sulle gesta di S. Ubaldo vescovo di Gubbio estratte dalla storia, Gubbio, Tipografia Magni, 1848, p. 42

[4] STEFANO DA CREMONA, Vita Sancti Ubaldi, tr. L. Cardinali, ed. Fotolibri, 2024, p. 147

[5] TEOBALDO, Vita di sant’Ubaldo, tr. it. Don Angelo Maria Fanucci, ed. Famiglie Ceraiole, p.67 

[6] M. SARTI, De episcopis eugubinis, Gaviellia, tr. propria.,1755, p.232