SANTA CECILIA EREMITA DI MONTELOVESCO. LA SANTA MEDIEVALE PROTETTRICE DELLE GRAVIDANZE E DEI BAMBINI

In questo e nel prossimo numero dedicheremo tempo per conoscere al meglio la storia e la devozione di uno dei luoghi più suggestivi e meno noti della devozione eugubina: il Santuario di Santa Cecilia Eremita di Montelovesco. Si tratta di un sito che, lontano dai consueti circuiti turistici, ha saputo mantenere intatta un’autenticità fuori dal tempo. Le sue radici affondano nel medioevo, in particolare nel clima di riforma e di fermento spirituale che attraversò la Chiesa del XIII secolo. Fu un’epoca segnata da figure carismatiche femminili, sante, mistiche ed eremite, donne che, scegliendo una vita appartata e radicalmente evangelica, divennero punti di riferimento per le comunità circostanti. Se della vita di Santa Cecilia non possediamo notizie certe e documentate, molto possiamo ricostruire grazie a un insieme di ricerche e studi che negli ultimi decenni hanno contribuito a ridare voce a questa devozione. Fondamentali, in questo senso, sono i lavori di don Quirico Rughi, già parroco di Camporeggiano, gli studi di Maria Luciana Buseghin, Marino Moretti e mons. Pietro Vispi, insieme alla tesi di laurea di Serena Borsellini, discussa presso l’Università degli Studi di Perugia nel 2014, e ai preziosi resoconti delle visite pastorali che si susseguono dal 1635 al 1910. Attraverso questo mosaico di fonti, frutto di ricerche, di memorie locali e di indagini archivistiche, si può delineare con una discreta certezza storica la nascita e l’evoluzione del culto di Santa Cecilia Eremita, culto che non è mai venuto meno sino ad oggi.

Nonostante la scarsità delle fonti che abbiamo a disposizione, un dato è certo: Cecilia intraprese la vita eremitica a Montelovesco nella prima metà del XIII secolo, e la sua scelta non rimase isolata, poiché altre donne, attratte dalla sua testimonianza di radicalità evangelica e silenzio, seguirono il suo esempio, dando origine a un piccolo nucleo di vita contemplativa. Proprio per regolare e custodire questa esperienza, nel 1237 il vescovo Villano volle erigere un monastero a Sant’Angelo dei Cuti. Serena Borsellini ha sottolineato come, nello stesso anno, un atto di enfiteusi in favore di una certa Odolina potrebbe suggerire che già allora la fondatrice dell’esperienza eremitica fosse morta, o comunque non più presente a guidare la comunità. Esiste però un’altra ipotesi sull’identità di Santa Cecilia, condivisa da studiosi locali come Rughi, Buseghin e mons. Pietro Vispi, secondo cui Cecilia sarebbe vissuta nella prima metà del XIII secolo e sarebbe stata sorella del beato Sperandio, monaco dell’abbazia di San Bartolomeo a Camporeggiano. A sostegno di questa ipotesi si cita un atto notarile del 1254 che documenta la donazione di una proprietà sul monte Ingino. La Borsellini, tuttavia, ha espresso riserve: se l’eremita di Montelovesco fosse stata ancora in vita nel 1254, ciò entrerebbe in contrasto con le attestazioni che la vorrebbero già defunta, rendendo più plausibile un caso di omonimia.

Tuttavia il monastero di Sant’Angelo dei Cuti, oggi scomparso, eretto dal vescovo Villano ebbe vita breve, perché papa Alessandro IV, nel quadro della sua politica di riforma, decretò la soppressione dei monasteri femminili situati in contesti rurali. La comunità di Cecilia dovette allora trasferirsi presso il monastero di Santa Maria del Paradiso, costruito nell’area dove oggi sorge l’Edificio Scolastico. Da lì, secondo le cronache di Iacobilli e Sarti, i corpi di santa Cecilia, della beata Agatella e di Gennara furono successivamente traslati al complesso di Santo Spirito. Vi è però anche un’altra testimonianza che colloca la traslazione del corpo di Cecilia nel monastero di San Benedetto. Dopo questi spostamenti, le sue reliquie andarono disperse. Resta dunque un nodo storiografico e devozionale di grande interesse: ricostruire, attraverso un’indagine archivistica, le tappe di questa vicenda e, se possibile, localizzare la destinazione finale delle spoglie della santa. Un lavoro del genere permetterebbe non solo di chiarire i contorni storici della figura di Cecilia, ma anche di restituire maggiore coerenza e profondità al culto che per secoli ha accompagnato la memoria della sua vita eremitica a Montelovesco.

Il piccolo santuario, immerso nel verde delle colline di Montelovesco, sorge nel luogo dove la tradizione vuole che abbia vissuto Santa Cecilia eremita. Si tratta di un sito appartato, di difficile accesso, ma proprio per questo avvolto da un fascino autentico e quasi sospeso nel tempo. Poco distante dalla chiesa si apre la grotta che, secondo la memoria popolare, fu il rifugio notturno della santa. Uno luogo che invita ancora oggi alla preghiera e al raccoglimento. Scendendo più a valle, attraverso il bosco che circonda il santuario, si incontra il torrente Mussino. Qui la natura ha scolpito nella pietra delle cavità note come le “tazze”, nelle quali si raccoglie l’acqua corrente. La tradizione tramanda che fosse proprio in quelle conche naturali che Cecilia si dissetava. Nel corso dei secoli l’acqua è stata venerata come sorgente taumaturgica tanto ancora oggi non mancano pellegrini e devoti che si recano al torrente per attingerne, nella convinzione che conservi virtù di guarigione e protezione. Così, tra il silenzio delle colline, la grotta, la chiesa e le acque del torrente si intrecciano in un unico racconto di fede e natura, che da secoli alimenta la memoria e la devozione verso Santa Cecilia eremita di Montelovesco.

La devozione a Santa Cecilia eremita e le testimonianze di fede

È così che, come abbiamo ricordato, la devozione verso Santa Cecilia eremita di Montelovesco rappresenta uno dei fili più antichi e tenaci della pietà eugubina. Le fonti storiche – dalle Visite pastorali del XVII secolo agli studi di don Quirico Rughi, Maria Luciana Buseghin e mons. Pietro Vispi – attestano un culto “ab immemorabili”, radicato nella vita religiosa del territorio e legato in modo particolare alla protezione delle madri e dei bambini.

La Visita del vescovo Capregna del 1635 descrive la chiesa «posta in mezzo a selve», luogo di preghiera e di intercessione, dove si trovava una cavità nel pavimento, la cosiddetta “buca”, utilizzata in antichi riti di invocazione. È una testimonianza che rivela la profondità di una devozione popolare costante nel tempo, segno concreto di una fede che ha saputo attraversare i secoli senza spegnersi.

Un piccolo inciso personale. Durante gli anni del mio servizio pastorale a Camporeggiano e Montelovesco ho potuto raccogliere testimonianze di fede e di grazia che continuano a mantenere vivo il legame con la Santa. Ho conosciuto coppie che, dopo anni di tentativi e diagnosi senza speranza, dopo l’affidamento alla Santa, sono tornate a Montelovesco portando con sé un bambino per ricevere la benedizione, come segno di riconoscenza per la grazia ricevuta. Molte altre persone, invece, si recano alla grotta o attingono acqua dal torrente Mussino, secondo l’antica consuetudine, per chiedere protezione e conforto. Non si tratta di miracoli nel senso spettacolare del termine, ma di segni di presenza, di speranza e di fiducia, di quella forza silenziosa che nasce quando la fede accompagna la vita quotidiana.

Numerosi ex voto, come fotografie, lettere, piccoli oggetti, sono segni tangibili di questa continuità: testimonianze discrete ma eloquenti di chi, in epoche diverse, ha trovato conforto, guarigione o nuova speranza. Ogni ex voto racconta una storia di vita e di riconoscenza, una pagina di fede che si aggiunge a quella, più ampia, della comunità eugubina.

Oggi, nel santuario, viene celebrata la Santa Messa ogni secondo sabato del mese (ore 15:30 in ora solare, 16:00 in ora legale), appuntamento ormai consolidato per i fedeli del territorio e per chi vi giunge a chiedere una grazia o a ringraziare. La festa annuale ricorre il lunedì successivo alla domenica di Pentecoste, singolare coincidenza con la data della morte del santo patrono Ubaldo Baldassini, vescovo di Gubbio. Non esistono prove documentarie che colleghino le due ricorrenze, ma la coincidenza rimane suggestiva e merita di essere approfondita, anche alla luce dei legami spirituali tra le due figure.

Il piccolo santuario di Montelovesco ancora fruibile grazie dal comitato di volontari coordinato da Marino Moretti, resta così un luogo dove la storia, la fede e la vita quotidiana continuano a incontrarsi. La figura di Santa Cecilia eremita parla ancora oggi con la stessa forza di sempre: quella di una donna che, scegliendo il silenzio e la preghiera, ha generato nei secoli una sorgente di fede e di speranza per tanti devoti. Maggiori info su orari e visite: 

www.vivilagioia.net