
San Benedetto Vecchio rappresenta, per chi percorre oggi il Cammino di Francesco, il primo punto di ingresso nel territorio eugubino lungo la direttrice che, dalla Verna, conduce verso Gubbio e poi ad Assisi. È una soglia geografica e spirituale, posta nel comune di Gubbio dove i passi del santo di Assisi incontrarono la terra eugubina. Non è un caso che, ancora oggi, dopo secoli, migliaia di pellegrini attraversino questo tratto di Appennino. Il sentiero francescano che dal luogo delle stimmate conduce ad Assisi, attraversa Pietralunga scende verso Loreto, Monteleto e Raggio per poi raggiungere il centro cittadino eugubino. San Benedetto Vecchio in questo cammino è stata per San Francesco una sosta naturale dove la tradizione benedettina, in una delle abbazie più importanti del territorio, fatta di stabilità, lavoro, custodia e preghiera, ospitò sicuramente la radicalità itinerante di Francesco. Il monastero di San Benedetto Vecchio, detto anche San Benedetto di Monte Pelio o Monte Podio, affonda le sue origini nell’alto Medioevo. Secondo alcune ricostruzioni, sul sito esistette in principio un romitorio esuccessivamente, nell’VIII secolo, venne edificato un monastero benedettino, che avrebbe avuto anche la funzione di presidio religioso e agricolo in un territorio allora difficile, segnato da insediamenti sparsi e da vie di comunicazione non sempre sicure. Le attestazioni documentarie più antiche del monasterium Sancti Benedicti prope Eugubium risalgono al 5 giugno 1191. Da quel momento, tra XII e XIV secolo, la storia dell’abbazia mostra un’evidente fase di floridezza confermato dalle contribuzioni e le decime, che vedono l’abate tassato con cifre consistenti, fino a 50 libbre d’argento nel 1333. L’abbazia possedeva beni nei territori di Burano e Nogna e controllava anche castelli, tra cui quello di Montalbreve e quello di San Paterniano (o San Benedetto Vecchio). La dimensione economica e territoriale indica che San Benedetto Vecchio fu per secoli un centro capace di organizzare risorse e persone, una “struttura madre” del paesaggio umano e religioso. Proprio la posizione strategica di alcuni castelli legati all’abbazia spiega la complessa relazione con le vicende politiche del tempo. Durante la guerra contro Perugia, il Comune di Gubbio chiese in enfiteusi alcune rocche per ragioni difensive, ma finita la guerra, la restituzione non fu immediata né semplice. Nel 1272 l’abate Bono protestò senza ottenere soddisfazione; l’anno seguente il successore rinnovò l’enfiteusi. Tali episodi ci mostrano come, attorno a San Benedetto Vecchio, si intrecciassero fede, amministrazione del territorio, esigenze militari e potere comunale.
Il complesso monastico, ancora oggi leggibile, conserva elementi che raccontano questa storia. Al centro del palazzo, oggi residenza privata, si riconosce la torre fortificata, un fortilitium che ospitava un piccolo presidio militare a tutela dei religiosi e della struttura. Nel corso dei secoli la torre è stata ridotta, ma rimane eloquente. Su una pietra si distinguono un grifone e lettere che rimandano probabilmente all’abate che fece innalzare la torre nel XII secolo; all’interno, un’iscrizione ricorda un abate e una data del 1317. Persino tracce araldiche, come l’arma dei Montefeltro inquartata a quella della Rovere, rimandano a un territorio conteso e attraversato da grandi famiglie e signorie. Nel 1397 l’abbazia risultava al centro di una rete ecclesiale ampia: dipendevano da San Benedetto Vecchio numerose chiese, segno di un’influenza che superava di molto la sola frazione. A ciò si aggiungeva un ospedale, chiamato Massis o Spedale di San Benedetto, posto in un punto di transito verso Città di Castello: anche qui emerge un tratto tipico della presenza benedettina, l’attenzione all’ospitalità dei viandanti e dei pellegrini. Il passaggio a parrocchia e la commenda segnarono però un mutamento radicale. Nel 1451 il monastero fu soppresso e trasformato in parrocchiale; iniziò così una fase di decadenza, legata alla gestione dei cardinali commendatari e alla progressiva dispersione di documenti e privilegi. La soppressione definitiva dell’abbazia avvenne con breve del 25 settembre 1654 di papa Innocenzo X: amministrazione e pertinenze passarono alla chiesa romana di Sant’Agnese in Agone, con obblighi di mantenimento delle fabbriche e delle parrocchie collegate. Da allora, gli abati commendatari furono per lungo tempo cardinali; dopo l’ultimo, la commenda passò ai vescovi pro tempore della diocesi.

La chiesa abbaziale, oggi parrocchiale, che necessiterebbe di un adeguato restauro, resta comunque il cuore spirituale del luogo: edificio orientato a est, lungo circa 31 metri, nato in origine a navata unica e poi trasformato. Le vicende sismiche e i rimaneggiamenti hanno alterato il profilo originario; un intervento particolarmente incisivo avvenne nel 1930-31, quando furono demoliti il presbiterio rialzato e la cripta e vennero smantellati gli altari laterali. Una lapide interna ricorda quei lavori e, soprattutto, afferma un dettaglio prezioso per la memoria francescana: Francesco d’Assisi, “reduce da Avernìa”, qui “accolse sovente”. È in questo orizzonte che acquista valore simbolico e storico la pala d’altare maggiore raffigurante La Vergine con il Bambino e i santi Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi, opera di autore ignoto, restaurata nel 2015. La tela fu commissionata proprio per ricordare, accanto al santo titolare dell’abbazia, il Poverello che transitava in questi luoghi nei suoi spostamenti dalla Verna verso Gubbio e Assisi. Il restauro ha restituito la ricchezza cromatica e la finezza dell’esecuzione. Solenne san Benedetto, in veste di abate, e umile san Francesco, in atto di preghiera, introducono il pellegrino ad alzare lo sguardo verso il cielo, un invito a percorrere la strada del pellegrinaggio come atto di affidamento verso la patria del Cielo.
Un’altra pala d’altare analoga, probabilmente coeva, è conservata nella chiesa parrocchiale di Pietralunga, lungo il medesimo asse di cammino, ed è in attesa di interventi di restauro. Questa concomitanza suggerisce quanto sia stato rilevante, nei secoli, mantenere viva la memoria del passaggio francescano attraverso segni visibili, immagini, committenze, opere in cui l’arte è chiamata a custodire le tracce spirituali che il cammino imprime nei pellegrini.
È così che San Benedetto Vecchio è stato, ed è tuttora, una porta d’ingresso di San Francesco nella città di Gubbio, nonché luogo dell’anima che ci ricorda il fascino imperituro di percorrere le strade del tempo, illuminate dalla santità che ha attraversato la nostra città e il nostro territorio.