Perché i cristiani venerano i corpi dei santi?

Giotto, Esequie di San Francesco con l’incredulo Girolamo che cerca le stigmate, Cappella Bardi, Firenze

Oggi si è conclusa ad Assisi l’ostensione pubblica del corpo di san Francesco. Per un mese intero, migliaia di pellegrini hanno sostato davanti alle sue spoglie. Le stime parlano di circa 18.000 persone al giorno (mezzo milione di persone in un mese). Il dato, è sorprendente, poiché in una società tecnologica e disincantata, folle così numerose continuano a mettersi in cammino verso il corpo di un santo morto otto secoli fa. Per alcuni il fenomeno appare incomprensibile, residuo di religiosità arcaica, segno di superstizione, mentre si scatenano altri che gridano al ritorno di imprecisati secoli bui. E tuttavia la venerazione delle reliquie — cioè dei resti mortali dei santi — dobbiamo ricordarcelo, non è un elemento marginale del cristianesimo, ma una pratica che attraversa tutta la sua storia e che, ancora oggi, è viva, oggi come nei primi secoli. Tentare di comprenderla, senza liquidarla con giudizi sommari, significa entrare nel cuore stesso della fede cristiana, là dove il corpo diventa vera pietra d’inciampo di ogni tentativo di ridurre la fede a pura idealità disincarnata.

Frati minori Cappuccini pregano sulle spoglie mortali di san Francesco
Frati minori Cappuccini pregano sulle spoglie mortali di san Francesco, Assisi 2026

Nel cristianesimo la venerazione delle reliquie non riguarda soltanto i santi, ma — in modo eminente — anche ciò che è collegato direttamente al Signore Gesù, e agli apostoli. Questa prassi, già attestata nei primi secoli, si radica nella logica teologica della comprensione del fatto che, se Dio ha agito nella storia incarnandosi, allora anche ciò che è stato toccato può diventare memoria viva della salvezza. Tuttavia la tradizione distingue con attenzione tra diversi livelli di venerazione, proprio per evitare confusioni o derive devozionali: la latria ovvero l’adorazione dovuta solo a Dio, la dulia, intendendo l’atto di venerazione dei santi, e l’iperdulia, ovvero la speciale venerazione riservata alla Vergine Maria.

In questo conteso le reliquie del Signore, che occupano un posto assolutamente preminente. Dato che la fede cristiana professa la risurrezione corporea di Cristo e la sua ascensione al cielo, la Chiesa non ha mai parlato di reliquie corporali di Gesù nel senso ordinario del termine, ma le reliquie del Signore sono piuttosto oggetti legati direttamente alla sua passione e alla sua vita terrena: tra i più venerati nella storia vi sono il legno della Croce (la cosiddetta Vera Croce), il Santo Sepolcro a Gerusalemme, il Titulus Crucis e altri strumenti della Passione. La loro venerazione è antichissima: già nel IV secolo, dopo il ritrovamento della Croce attribuito alla tradizione di sant’Elena, il culto della Vera Crux si diffonde in tutto il mondo cristiano. Qui il senso è chiaramente cristologico in cui non si onora un oggetto in sé, ma il mistero della Passione e della redenzione.

Titulus Crucis conservato nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma
Titulus Crucis conservato nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma

Subito dopo, in una posizione del tutto peculiare, si colloca la Vergine Maria. La tradizione cattolica e ortodossa concorda sul fatto che non esistono reliquie corporali della Madre di Dio. La ragione è teologica. Fin dai primi secoli si diffonde la convinzione della sua assunzione gloriosa in cielo — dottrina definita dogmaticamente nel 1950, ma radicata molto prima nella fede della Chiesa. Per questo motivo non troviamo, a differenza di altri santi, corpi o ossa della Vergine venerati nelle chiese. Esistono invece numerose reliquie cosiddette “di contatto”, legate alla sua vita terrena secondo la tradizione (come la Santa Casa di Loreto o il presunto velo di Maria venerato sia Oriente che in Occidente).

Diverso è il caso degli apostoli, uomini come noi, santificati, e la cui venerazione si sviluppa già in età subapostolica. Le tombe di Pietro e Paolo a Roma diventano fin dal II secolo luoghi di pellegrinaggio. Ciò accade analogamente per Giacomo a Gerusalemme e, secondo la tradizione medievale, per Giacomo il Maggiore a Compostela. Gli apostoli sono i testimoni originari della risurrezione, coloro nei quali la fede pasquale ha preso forma storica e le loro reliquie diventano punti di riferimento per la memoria ecclesiale e per la comunione delle Chiese locali. Già nel II secolo, nel contesto delle persecuzioni, le comunità cristiane raccolgono con cura i resti dei martiri. Il Martirio di Policarpo riferisce che le ossa del vescovo di Smirne furono considerate «più preziose delle pietre preziose e più pure dell’oro» e deposte in un luogo dove i fedeli potessero riunirsi per la memoria annuale. Per i primi cristiani il martire è colui nel quale la sequela di Cristo vissuta sino all’effusione del sangue per la fede e pertanto il suo corpo è la traccia di una vita trasformata dalla grazia e donata per la fede. Non a caso, già nel III secolo, l’eucaristia viene celebrata presso le tombe dei martiri nelle catacombe dove la memoria dei testimoni della fede è inseparabile dal mistero pasquale.

Dettaglio. Corpo di San Francesco di Assisi

Con la pace costantiniana del 313 la devozione si diffonde e si struttura. Nascono basiliche sopra le tombe degli apostoli e dei martiri, si iniziano i primi pellegrinaggi, si afferma, secondo alcune fonti, che a partire da sant’Ambrogio, venga introdotto l’uso di collocare reliquie di martiri sotto gli altari. Nel Medioevo il fenomeno conosce una straordinaria espansione, accompagnata talvolta anche da abusi che porteranno la Chiesa a intervenire con maggiore regolamentazione, fino ad alcune chiarificazioni dottrinali del Concilio di Trento. Tuttavia il principio resta invariato, e sebbene la venerazione non è adorazione, ai santi (e agli Angeli) è tributato l’onore (dulia) in quanto amici di Dio e testimoni della sua grazia.

Dovremmo sempre ricordare che il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione, in cui la realtà de «Il Verbo si fece carne» è il centro della fede. Se Dio ha assunto natura umana, allora il corpo non è indifferente e la fede non può essere ridotta a esperienza puramente interiore o meramente ideale. Paolo lo esprime con forza quando afferma «Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio?» (1Cor 6,19). In questo orizzonte il corpo del santo appare come luogo in cui la grazia si è realmente inscritta e incarnata nella storia. Esso diventa, irriducibile a una mera idea, ma è segno visibile corporeo della presenza di Dio fra il suo popolo.

Sant'Ubaldo Baldassini, corpo incorrotto, Gubbio
Sant’Ubaldo Baldassini, corpo incorrotto, Gubbio

A Gubbio, ad esempio, il corpo incorrotto del Vescovo sant’Ubaldo Baldassini (†1160) continua a essere venerato da secoli, il suo corpo, custodito nella basilica sul Monte Ingino, è al centro di devozione che intreccia fede e identità civica, nonché azione taumaturgica e luogo di esorcismi. In epoca più recente, il monaco libanese san Charbel Makhlouf (†1898) ha attirato l’attenzione di fedeli e studiosi poiché dopo la morte, la riesumazione del corpo e i fenomeni registrati presso la sua tomba, insieme alle numerose guarigioni attribuite alla sua intercessione, hanno reso il monastero di Annaya uno dei principali luoghi di pellegrinaggio del Medio Oriente. La Chiesa, con prudenza, non considera l’incorruttibilità un criterio automatico di santità poiché ciò che viene eventualmente riconosciuto nei processi canonici sono guarigioni giudicate scientificamente inspiegabili. Tuttavia, nella coscienza dei fedeli, questi corpi continuano ad essere segni potenti di una santità che ha toccato la carne e si è intessuta nella storia.

Papa Leone XIV in preghiera sulla tomba del
monaco libanese san Charbel Makhlouf

Se spostiamo in nostro sguardo al cristianesimo ortodosso, anch’esso ci offre qui un contributo teologico significativo. Con la dottrina della theosis, la divinizzazione dell’uomo, l’Oriente cristiano insiste sul fatto che la grazia trasfigura l’intera persona. Le reliquie sono così percepite come testimonianza della vocazione della materia alla gloria. La luce del Tabor non illumina solo l’anima, ma investe il corpo di Cristo e, per partecipazione, quello dei santi. Comprendiamo perché anche l’uso delle reliquie nel rito di esorcismo si inscrive in questa prospettiva, poiché esse sono sacramentali che rimandano alla comunione dei santi e alla vittoria pasquale di Cristo, che resta sempre il centro dell’azione liturgica della Chiesa.

Alla luce di questa lunga tradizione, l’ostensione del corpo di san Francesco appare meno sorprendente. Le circa 18.000 presenze quotidiane costituiscono un dato che contraddice molte letture semplicistiche sia della fede cristiana che della devozione cristiana verso i corpi dei santi. Proprio mentre la modernità tende a ridurre la fede a opinione privata o a idealità, migliaia di persone cercano un contatto con il corpo di un santo. Qui il corpo diventa davvero pietra d’inciampo del riduzionismo contemporaneo, resiste alla riduzione della fede a etica astratta. Per questo liquidare la venerazione delle reliquie come semplice residuo irrazionale significa non coglierne il tessuto profondo e vitale presente nella Tradizione cristiana. In un tempo che oscilla tra idolatria estetica del corpo e sua radicale svalutazione funzionale, la tradizione cristiana continua a proporre — in modo come sempre scomodo – l’altissima dignità della persona umana, come creatura amata redenta da Dio.

Forse è proprio questo che i corpi dei Santi, ancora oggi, mettono in cammino migliaia di pellegrini ad Assisi o dovunque ci sia un corpo di un Santo che la tradizione ci consegna. L’intuizione della santità attraversa il corpo e tanto misteriosamente quanto realmente, ci lascia una traccia della Luce di Dio, orme visibili della sua presenza nella storia. Così quei corpi ci interrogano e ci affascinano, in essi il divino risplende eterno, di virtù e luce che attraversa secoli e generazioni, e le attraverserà ancora, fino alla fine del mondo.

Giusto de Menabuoi, Cupola del Battistero di Padova, dettaglio, 1375-1378