NATALE IN TRINCEA. L’EREDITÀ VIVA DI MONS. BENIAMINO UBALDI

Il recente convegno ospitato dalla Biblioteca Sperelliana per i sessant’anni dalla morte di mons. Beniamino Ubaldi ha restituito alla città la profondità di una figura che ha segnato la storia eugubina del Novecento. La giornata di studi, promossa dall’Ufficio diocesano per la Cultura, si è proposto come un’occasione per rileggere in modo aggiornato la figura e l’eredità del vescovo Ubaldi. Sono intervenuti studiosi provenienti da diverse università, Mario Tosti e Andrea Possieri dell’Università di Perugia, Giorgio Cardoni dell’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea, Maria Lupi dell’Università Roma Tre e Giancarlo Pellegrini, già docente dell’Università di Perugia. Tra gli interventi si è accennato anche suoi anni giovanili di Beniamino Ubaldi come cappellano militare durante la Grande Guerra[1], come un’esperienza che precede e illumina il lungo ministero episcopale degli anni successivi. Nei quaderni redatti tra il 1915 e il 1918, il Natale al fronte è narrato nella sobrietà di chi, dentro la precarietà quotidiana, continua a cercare forme di speranza. La vigilia del 24 dicembre 1916, con le trincee italiane e austriache distanti «una decina di passi», Ubaldi annota: «mi faccio vedere fuori dalla trincea e riconoscere nella croce per cappellano».  Ubaldi allora sembra acquisire coraggio e prendendo alcune piccole medaglie sacre, le avvolge in un foglio di carta e ne fa un «cartoccio», e lo porge alla trincea nemica. Nelle pagine Ubaldi ricorda che alcuni soldati, dopo essere usciti uno a uno dalla trincea, lo salutarono militarmente, mentre altri, ricevuto il piccolo cartoccio di medaglie, lo ringraziarono con semplicità pur declinando il dono. Gesti di pace che rivelano il desiderio di stabilire un contatto umano e spirituale che a volte solo la fede può tentare. Il giorno seguente, 25 dicembre 1916, il giovane cappellano è ancora in movimento, impegnato a celebrare tre Messe tra i battaglioni annota: «ho terminato alle 12½». Un Natale essenziale, ma capace di tenere unita una comunità provata. Nel 1917, il Natale assume anche un volto di cura e di attenzione concreta. Dopo molte ore trascorse in confessionale, Ubaldi si reca a Treviso dove, scrive, «ho speso una cinquantina di lire per far l’albero di Natale agli ammalati». La distribuzione dei doni fu «graditissima», annota con semplicità, in grado di offrire conforto nella fede e umano. Il Natale del 1918, segnato dalla neve «più di mezzo metro», restituisce invece il peso della fatica accumulata in anni di conflitto. «Brutta vigilia di Natale piena di travagli spirituali e di profonda nostalgia», scrive. Il mattino porta un lutto improvviso: il crollo di una baracca causa la morte di un soldato. Nonostante tutto, celebra ancora «tre messe in tre diversi reparti». La celebrazione del Natale diventa comunque luce e speranza in un mondo scosso dalla guerra e così divenuto fragile. In un presente ancora segnato da conflitti e tensioni internazionali, la testimonianza di mons. Ubaldi nel suo modo di vivere il Natale al fronte, ci consegna una lezione di realismo e speranza: anche in circostanze dure e imprevedibili, possono aprirsi gesti che ricompongono, che custodiscono l’umano, che ricordano la responsabilità reciproca su cui si fonda ogni comunità. È anche un invito per tutti noi a non relegare il Natale a semplice tradizione, ma a riscoprirlo come occasione concreta di fede, preghiera, riconciliazione e di reciproca cura. 

Un augurio di un Santo Natale a tutti voi ed alle vostre famiglie!


[1] Beniamino Ubaldi, Diario della Grande Guerra, a cura di Fabrizio Cece ed Anna Radicchi, Edizioni Fotolibri Gubbio, 2018