BENVENUTO ABBAZIA SAN BENEDETTO VECCHIO

Benvenuto, caro pellegrino, in un luogo dove il paesaggio custodisce la memoria e la pietra continua a parlare. Ti trovi a San Benedetto Vecchio, località del comune di Gubbio posta a nord-ovest, sul confine di un territorio vastissimo (Gubbio è il VII comune d’Italia per estensione). Qui il cammino si fa soglia tra la via antica che unisce le valli e i monti, una presenza monastica che per secoli ha dato forma alla preghiera, al lavoro, all’ospitalità e la storia del passaggio di San Francesco di Assisi. Sono don Francesco, parroco dell’Unità Pastorale Mocaiana di cui fa parte la parrocchia di San Benedetto Vecchio. Nel darti il benvenuto, affido il mio ministero e la nostra comunità alla tua preghiera.

San Benedetto Vecchio dista circa 18 km dal capoluogo. Uscendo da Gubbio in direzione Umbertide e percorrendo la SR 219 (Pian d’Assino), si giunge in località Zangolo; superato il castello di Carbonana, si prende il bivio a destra con indicazioni Pietralunga–Nogna. Dopo alcuni chilometri, oltre il secondo bivio per Pietralunga (loc. La Cima), si scende verso l’abbazia lungo la SP 205 che da Pietralunga conduce a Mocaiana–Raggio. Questa strada appartiene anche alla memoria del sentiero francescano: il Poverello la percorse nei suoi transiti dalla Verna verso Gubbio e, spesso, verso Assisi.

Purtroppo oggi la Chiesa non è visitabile, è officiata ogni mese l’ultimo sabato alle ore 17:00. Lascia comunque che ti offra alcune coordinate storiche essenziali. San Benedetto Vecchio compare già nella cartografia diocesana e civile: la “Carta della Diocesi di Gubbio” di U. Giorgi (1574) registra qui il monastero e la chiesa; e le mappe catastali redatte dal geom. Giuseppe M. Ghelli (1759–1767) ripropongono le medesime emergenze, segno di una presenza riconoscibile e stabile nel paesaggio.


Il monastero

Il monastero di San Benedetto Vecchio (detto anche San Benedetto di Monte Pelio o Monte Podio) appartiene alla fitta costellazione benedettina che, tra alto Medioevo e pieno Medioevo, ha modellato l’Appennino umbro non soltanto sul piano spirituale, ma anche agricolo e sociale: evangelizzazione, bonifica, coltivazioni, ricostruzione di case e poderi, cura dei poveri e dei viandanti. Secondo tradizione, qui preesisteva un romitorio; nel secolo VIII si parla della costruzione del monastero. Le notizie documentarie più antiche relative al «monasterium Sancti Benedicti prope Eugubium» risalgono al 5 giugno 1191. Tra XIII e XIV secolo, la floridezza dell’abbazia è attestata anche dalle decime e dai tributi: segni concreti di un’istituzione viva, inserita in una rete economica ampia. I beni dell’abbazia si estendevano nei territori di Burano e Nogna; possedeva inoltre castelli e strutture fortificate, legate alla posizione strategica dell’area. Le tensioni con il Comune di Gubbio, in particolare durante la guerra contro Perugia, mostrano come questi luoghi fossero attraversati da una doppia logica: la custodia monastica e l’interesse politico-militare. Di grande rilievo è la struttura architettonica del complesso: vicino alla chiesa parrocchiale si eleva il grande edificio monastico, con al centro la torre fortificata (fortilitium), un tempo presidio e difesa. Sulla facciata è visibile uno stemma in pietra con un grifone e lettere che rimandano probabilmente a un abate e a una data (1171). All’interno, un’epigrafe ricorda un abate e un anno (1317): la pietra conserva ciò che il tempo tende a disperdere. Una pergamena del 1397 elenca numerose chiese dipendenti dal monastero: una vera geografia spirituale, un sistema di altari, comunità e cura pastorale diffusa. I monaci avevano anche un ospedale (Massis o spedale di San Benedetto al vocabolo Sottigliano), per accogliere pellegrini e viandanti sulla strada tra Gubbio e Città di Castello: qui l’ospitalità non era un gesto accessorio, ma una forma della fede. Nel 1451 il monastero fu soppresso, dato in commenda e trasformato in parrocchia: iniziò una stagione di decadenza e dispersione. Infine, con breve del 25 settembre 1654, papa Innocenzo X soppresse l’abbazia; le pertinenze passarono all’amministrazione di Sant’Agnese in Piazza Navona (Roma), con obblighi di manutenzione e sostegno alle parrocchie legate al complesso. Dopo l’ultimo cardinale commendatario (m. 1913), gli abati commendatari divennero i vescovi pro tempore di Gubbio.


La chiesa abaziale

L’attuale chiesa parrocchiale era la chiesa abbaziale del monastero. (La struttura del monastero oggi appartenente a privati). La chiesa è orientata a est. L’edificio, lungo circa 31 metri e largo circa 12, ha subito molte manomissioni: l’iconografia complessiva risulta oggi inconsueta, a tratti difficile da leggere, e tuttavia conserva un fascino forte, quasi “spigoloso”, come se le epoche avessero lasciato ferite e stratificazioni senza cancellarsi del tutto. In origine era a navata unica, poi fu trasformata in tre navate con un’unica abside semicircolare. La facciata conserva oggi soltanto parte della larghezza originaria: la porzione della navata centrale e della navatella destra (ridotta a sacrestia e cappella nelle prime campate). Una parte della navata sinistra potrebbe essere crollata in seguito a eventi sismici e non essere mai stata ricostruita. Un dettaglio curioso, sopra la cornice della facciata, sono i numerosi fori non riconducibili alle classiche “buche pontaie”: sembrano piuttosto alloggiamenti per piccioni. È un particolare che riporta alla vita concreta dei monasteri: allevare colombi significava nutrimento e concime; e la Regola di san Benedetto, nella sua sobrietà, vietava le carni di quadrupede, ammettendo eccezioni per malati e anziani.

All’interno, la divisione delle navate è affidata a pilastri quadrangolari che sostengono archi a tutto sesto; i capitelli mostrano motivi decorativi (rosette, fogliami, fiori stellati). Nel paramento murario sono visibili riusi e tracce che rimandano a fasi più antiche, forse già dell’XI secolo. Sulla parete a destra dell’altare maggiore si conserva un tabernacolo per gli Oli Santi, in pietra serena, di gusto rinascimentale, con stemma Vitelli: un segno di committenze e passaggi storici ancora da interrogare con cura.


Memorie, visite pastorali, ferite del Novecento

Una visita pastorale del 30 aprile 1637 descrive cinque altari e le rispettive immagini. Colpisce la ricchezza figurativa di un edificio “di campagna”: qui la fede si è nutrita per secoli anche di pittura, di confraternite, di devozioni organizzate. Ma gli interventi più incisiva sono nel 1930–31 quando i lavori ricordati da epigrafe comportarono la demolizione del presbiterio rialzato e la rimozione della cripta, lo smantellamento di quattro altari, lasciando il maggiore sullo stesso piano della navata. Inoltre fu apposta sulla parete sinistra, una lapide ricorda i parrocchiani caduti nella Grande Guerra (1915–1918): nomi, date, età.


Le tele e il patrimonio disperso

Molte tele, per sicurezza, furono trasferite (dal 1994) nei depositi della cattedrale e nel museo diocesano; alcune sono state restaurate. Tra le principali:

  • Vergine col Bambino e i santi Benedetto e Francesco (olio su tela, grande formato), autore ignoto, restaurata nel 2015
  • Pala dei Santi (attribuita a Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio), restaurata nel 1999, oggi è apprezzabile nel Museo diocesano di Gubbio.
  • Altre tele dedicate a Sant’Antonio, ai Santi Giovanni, alla Madonna del Rosario, con questioni attributive ancora aperte e necessità, in alcuni casi, di restauro.
Pala d’Altare San Benedetto e San Francesco

Devozioni popolari: “il cerchiello” di Sant’Egidio

C’è poi una memoria che qui resiste come un filo tenace: la reliquia del cilicio di ferro di Sant’Egidio abate, chiamato dalla popolazione “il cerchiello”. È oggetto di venerazione da tempo immemorabile, richiesto anche da fedeli lontani; la tradizione lo dice efficace contro il morbo detto “vena spargola”. L’autentica del vescovo mons. Sostegno Maria Cavalli (28 aprile 1746) menziona questa devozione. Ancora oggi, su richiesta, il parroco lo pone sul capo con la preghiera di intercessione a Sant’Egidio.


fai preghiera 

Signore Dio,
che guidi i passi dei pellegrini
e fai della strada una scuola di fiducia,
benedici il nostro cammino.

Su questo tratto del sentiero francescano,
tra boschi e pietre antiche,
donaci cuore semplice,
sguardo limpido
e pace nelle parole.

Nella fatica sostienici,
nella stanchezza rialzaci,
quando il passo si fa lento
ricordaci che tu cammini con noi.

Fa’ che ogni incontro sia dono,
ogni sosta sia gratitudine,
ogni silenzio sia ascolto,
e che la nostra preghiera
sia più vera della fretta.

Per intercessione
di San Benedetto,
di San Giovanni Battista
e di San Francesco d’Assisi,
custodisci noi e le nostre famiglie,
proteggici nel viaggio
e conduci i nostri passi alla tua gioia.

Amen.

Ringrazio Paolo Salciarini per la preziosa collaborazione.