
Benvenuti in questa perla romanica del territorio eugubino, dove storia, fede e paesaggio si intrecciano in un percorso ricco di memoria.
Usciti da Gubbio in direzione Umbertide, si percorre la Strada Regionale n. 219, detta Pian d’Assino dal fiume che scorre parallelo al tracciato. Lungo il percorso si incontrano emergenze architettoniche e siti storici di pregio: la torre dell’antico molino di Sant’Angelo d’Assino, il castello di Carbonana e la torre dell’antica chiesa di Sant’Angelo. Si prosegue fino alla frazione di Camporeggiano (circa km 14). Deviando a sinistra verso Montelovesco e superato il ponte, colpisce la presenza di un edificio di notevoli dimensioni, oggi purtroppo in condizioni fatiscenti: è l’antico monastero di San Bartolomeo (oggi di proprietà di privati), posto ai piedi di una modesta altura sulla quale si conservano importanti ruderi del castello di Monte Cavallo, già dimora, agli inizi del secolo X, dei conti Gabrielli, uno dei casati più illustri e antichi dell’Italia centrale. In prossimità del complesso monastico fu edificata l’omonima chiesa (oggi parrocchia), annoverata tra i monumenti cristiani più significativi della diocesi eugubina per valore storico e qualità architettonica: un autentico gioiello del romanico locale.
Il complesso monastico e la chiesa risultano attestati anche nella cartografia storica. Nella Carta della Diocesi di Gubbio di U. Giorgi (1574) la località di Camporeggiano è già descritta con i suoi principali riferimenti, inclusi monastero e chiesa. Le medesime emergenze ricompaiono nelle mappe catastali di Gubbio redatte dal Ghelli tra il 1759 e il 1767, nella mappa denominata “Camporeggiano”. Il disegno riprodotto nell’atlante di Adolfo Barbi, Atlante geografico del territorio di Gubbio nel 1700, conferma la continuità di memoria del sito e la sua rilevanza nel sistema territoriale della valle dell’Assino, in relazione sia alle vie di transito sia alla presenza di istituzioni monastiche e presìdi castellani.

NOTIZIE STORICHE ESSENZIALI
Nel 1057 Rozia, insieme ai figli Pietro, Giovanni e Rodolfo Gabrielli, donò a san Pier Damiani, monaco e poi priore di Fonte Avellana, beni comprendenti il castello di Monte Cavallo, la villa di Camporeggiano con la chiesa e altri appezzamenti di terra, con l’esplicita finalità di fondare un monastero “in honore sancti Bartolomei apostoli”. Tra i figli di Rozia emerge la figura di Rodolfo Gabrielli, che, dopo l’esperienza monastica avellanita, fu eletto vescovo di Gubbio (1059–1064). La tradizione locale lo ricorda come figura di particolare rilievo spirituale e pastorale, tanto da essere venerato come santo nell’ambito eugubino. La sua vicenda testimonia il legame profondo tra la nascente istituzione monastica di Camporeggiano, l’eremo di Fonte Avellana e l’episcopio gubbino. Il monastero e la chiesa furono costruiti dai monaci avellaniti e ottennero presto lasciti e privilegi. Niccolò II concesse varie terre in località Burano, mentre il 25 gennaio 1063 Alessandro II pose il cenobio sotto la protezione apostolica. Nel 1065 si registrano ulteriori concessioni e scambi di terre con l’episcopio di Gubbio, accompagnati dalla clausola che il monastero non si separasse dalla “charitate heremi Fontis Avellane”. Il 24 maggio 1139 Innocenzo II confermò tra i possessi avellaniti il monasterium sancti Bartolomei de Camporegiano. Tra XII e XIII secolo il cenobio raggiunse notevole importanza, esercitando giurisdizione su numerosi monasteri dell’area umbro-toscana e su una vasta rete di chiese dipendenti.
Nel 1419, a causa delle guerre e del grave stato di rovina degli edifici e delle proprietà, l’abate — insieme al conte Guido di Montefeltro — chiese a Martino V la rinuncia alla dignità abbaziale. Con la bolla “Ad hoc circa” l’abbazia fu soppressa e unita a San Donato della Foce dei monaci olivetani. Nel 1523 Clemente VIII confermò l’unione. Progressivamente i religiosi si trasferirono in altri monasteri fino a quando, nel 1653, Innocenzo X richiamò l’ultimo religioso in clausura; nel 1658 la chiesa fu secolarizzata e dichiarata comparrocchiale di San Michele Arcangelo di Sioli. Una presenza residuale è attestata ancora nel 1730 con il converso fra Benedetto Tosi. La presenza monastica cessò definitivamente nel 1861 in seguito alle leggi di soppressione dei beni ecclesiastici (per l’Umbria: decreto Pepoli, 1860). Il complesso passò quindi a diversi proprietari privati e fu progressivamente abbandonato. Sul lato destro dell’abbazia è ancora visibile l’austero torrione campanario, capitozzato negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale per ragioni di sicurezza. Oggi il complesso monumentale, giunto a condizioni prossime al collasso, attende un intervento di tutela che restituisca dignità a uno dei siti storici più significativi del territorio eugubino.
LA “STAGIONE PRODUTTIVA”: VETRERIA E FORNACI
Un elemento peculiare della storia di Camporeggiano è la presenza di attività proto-industriali. Intorno al 1500 (secondo alcune ipotesi alla fine del XVIII secolo) sorse una vetreria fondata da un monaco olandese, capace di raggiungere volumi produttivi considerevoli (circa 700 lastre di vetro al giorno). Come fondente veniva utilizzata la soda ottenuta dalla cenere dei riscoli o agretti (salsola soda) coltivati lungo il fiume Assino, mentre come sostanza vetrificabile si impiegava la pietra focaia di Gubbio. Verso il 1680 era attiva anche una fornace per laterizi. Secondo P. L. Menichetti, nel 1682 furono prodotti: 12.000 coppi, 2000 pianelle, 7000 mattoni tra sottili e grossi. Questi dati documentano una significativa vitalità economica del sito in età moderna.
SAN BARTOLOMEO APOSTOLO
La chiesa è dedicata a San Bartolomeo, annoverato tra i Dodici apostoli. Il Vangelo di Giovanni lo presenta in relazione con Filippo, che lo conduce all’incontro con Gesù. La tradizione gli attribuisce un intenso slancio missionario verso diverse regioni del Medio Oriente. Circa la sua morte, le fonti divergono, ma una tradizione molto diffusa parla del martirio mediante scuoiamento. Il suo culto si diffuse ampiamente nel mondo cristiano e la memoria liturgica ricorre il 24 agosto. Numerose chiese della diocesi di Gubbio furono dedicate all’apostolo, segno di una devozione particolarmente radicata nel territorio. Secondo una tradizione alcune reliquie furono portate in pellegrinaggio nella cripta e stettero alcuni mesi per poi essere riportate a Roma.
Storia recente e restauri
Nella visita pastorale del 1592 il vescovo Mariano Savelli ordinò interventi relativi alla cappella sotto l’altare maggiore, cioè alla cripta. Nel 1696 la chiesa risultava appartenente al monastero di San Pietro; sull’altare maggiore era presente un dipinto con Madonna, San Bartolomeo, San Giovanni, Sant’Ubaldo e San Bernardo. Tra XVII e XVIII secolo, divenuta chiesa filiale, subì trasformazioni: furono chiuse le navate laterali, accorciata la navata centrale e alterata la cripta. Nel 1959, con l’arrivo di don Romano Bambini e grazie alla Soprintendenza di Perugia, iniziarono importanti lavori di recupero; nel 1969 fu riaperta la cripta. La navata destra rimase chiusa fino al 2005, quando — grazie alla donazione dell’ing. Franco Sacchetti (atto 18/12/1987) — fu possibile completarne il recupero con restauro curato dall’architetto eugubino Augusto Solano. Il trasferimento del titolo parrocchiale a Camporeggiano fu formalizzato con decreto del Presidente della Repubblica del 27 settembre 1965.
La chiesa presenta pianta basilicale a tre navate, con presbiterio sopraelevato e cripta sottostante. Le navate, coperte da capriate lignee, sono divise da arcate impostate su robusti pilastri quadrangolari. L’abside circolare, priva di monofore, riceve luce principalmente dalla finestra orbicolare in facciata. Sopra l’altare del presbiterio è collocato un crocifisso ligneo proveniente dalla stessa chiesa e restaurato nel 2018 da M. Cristina Vinciarelli. Sono presenti in chiesa una statua lignea della Madonna del Rosario e una di San Bartolomeo e un’icona raffigurante il Cristo Pantocratore e i santi legati alla storia dell’Abbazia.
LA CRIPTA
Elemento tra i più antichi e suggestivi del complesso, la cripta di San Bartolomeo costituisce il nucleo architettonico più arcaico della chiesa. Essa è assegnata da G. Martelli alla prima metà dell’XI secolo, dunque in stretta connessione cronologica con la fase fondativa avellanita. L’ambiente presenta pianta rettangolare ed è suddiviso in tre navate di due campate ciascuna, coperte da volte a crociera. La scansione interna è affidata a tre colonne di reimpiego, probabilmente provenienti da strutture più antiche, il cui fusto risulta scalpellato fino a circa un quinto dell’altezza, lasciando visibili le scanalature soltanto nella parte inferiore. Questa lavorazione, oltre a rispondere a esigenze di adattamento statico, conferisce all’ambiente un carattere di severa essenzialità. Particolarmente notevoli sono i capitelli troncopiramidali rovesciati, di gusto ravennate, tipologia non frequente nel territorio eugubino e indice di maestranze aggiornate su modelli dell’alto medioevo adriatico. La cripta è conclusa da tre absidi semicircolari, non perfettamente corrispondenti con l’abside superiore della chiesa, segno di una probabile diversa fase costruttiva. Sulla parete sinistra è visibile l’arco tamponato di una porta che immetteva in un antico oratorio monastico oggi perduto, verosimilmente obliterato in occasione dell’apertura della strada moderna per Montelovesco nel secondo dopoguerra.

PREGHIERA A SAN BARTOLOMEO APOSTOLO
O glorioso san Bartolomeo,
testimone fedele del Vangelo
e discepolo che hai seguito il Signore
con cuore libero e coraggioso,
volgi il tuo sguardo su di noi.
Tu che hai annunciato Cristo
fino ai confini della terra
e hai donato la vita nel martirio,
insegnaci la fedeltà nelle prove,
la perseveranza nelle fatiche quotidiane
e la gioia di appartenere al Signore.
Benedici visitatori e fedeli,
custodisci quanti vi entrano in silenzio,
sostieni le famiglie del nostro territorio
e accompagna i passi di chi cerca Dio.
Fa’ che, come te,
anche noi sappiamo riconoscere il Maestro
nelle vie della vita
e seguirlo con cuore indiviso.
Amen.